* Non lasciamo solo Giuliano Pisapia * di Aldo Nove

Voglio condividere queste parole di una persona che ho l’onore di conoscere e che tengo nel cuore dopo aver vissuto insieme un’indimenticabile momento della mia vita, nel bene e nel male. Voglio condividere queste parole perché le sottoscrivo una ad una e perché credo sia prezioso che persone come Aldo diano voce a chi, come tanti, troppi, quasi tutti, non hanno la possibilità di farsi ascoltare.

Non lasciamo solo Giuliano Pisapia

La Milano della cultura c’è e non ha mai smesso di esserci, poliedrica e multiforme. Il problema è che in città la politica non è stata, non lo è da troppi anni, particolarmente interessata alla cultura. Ed è questa, per Giuliano Pisapia e per tutti quelli che lo hanno sostenuto, una sfida fondamentale: ritrovare l’abbraccio tra l’inesausta creatività di una metropoli e chi la rappresenta; ristabilire un contatto proficuo tra gli artisti e una “cosa pubblica” da decenni ormai più interessata al cemento che al teatro e al cinema, più attenta agli affari non sempre limpidi di pochi che all’energia della letteratura e della musica. Certo non c’è più l’effervescente Milano che si riuniva al bar Giamaica, non c’è più l’aggregazione di poeti architetti scultori giuristi e uomini di scienze che metteva al centro la ricerca umanistica in qual si voglia forma espressiva si manifestasse: il tanto celebrato crollo delle ideologie ha trascinato con sé anche la conoscenza, il suo slittare da un campo all’altro dello scibile, alla ricerca di una rotta che non può darsi per determinata perché spalancata su un futuro che in quanto tale non si domina, ma si costruisce, tutti insieme. Quel “tutti” è crollato nei fasti miseri degli Anni Ottanta, nella Milano da bere che alla fine ha bevuto se stessa. Un generale fuggi fuggi nel privato a creare un individualismo ormai strutturale; la paura della diversità sbandierata come risorsa politica, come bacino elettorale: e se c’è qualcosa che nella sua ragione costitutiva ha proprio l’imbastardimento, la confusione, il superamento dei paradigmi preesistenti, questa è la cultura. Passati attraverso le forche caudine del leghismo e del berlusconismo sembra essere questo il tempo di una rinascita. Lo speriamo con tutte le forze. Intanto lo status quo è dato da una costellazione di piccoli teatri, di luoghi di aggregazione, di festival indipendenti che sbarcano il lunario come possono, la fine rimandata sempre alla prossima occasione nella speranza che non sia questa. Manca il respiro, a Milano, perché mancano i soldi, e non è che i soldi poi non ci siano proprio: non c’è chi è interessato a livello politico a darli a chi la cultura la fa davvero: è come se stessimo cercando di testimoniare in poche righe tante diverse realtà culturali a partita iva che ogni volta lanciano il cuore oltre un ostacolo più grande dell’immaginabile, e a volte ce la fanno, a volte tracollano, a volte muoiono. L’onere dei finanziamenti passa di fatto ai privati, e le istituzioni ti aiutano, se ti aiutano, quando già ti sei trovato uno sponsor. Ma quale sponsor promuove una piccola impresa culturale (quale la stragrande maggioranza dei fermenti milanesi), con quale utilità? Può o forse vuole, tra chi può sponsorizzare (mettiamo un Dolce & Gabbana, per entrare nel fascinoso mondo degli stilisti milanesi), farlo per attività che non avrebbero sufficiente eco e quindi remunerazione d’immagine? Ecco un problema tipicamente milanese: la grandeur bottegaia che proprio in questa città ne ha visto nascere e prosperare il suo lato peggiore, il berlusconismo; da troppi anni Milano ne paga pegno. L’arte di arrangiarsi per tirare avanti non è un buon propulsivo per chi vuole fare cultura. E se l’editoria vede a Milano resistere una quantità consistente d’importanti realtà nazionali, ciò succede per straordinario esubero di buona e volenterosa manovalanza gratis: Milano è il regno degli stagisti e dei contrattisti atipici perché “a Milano si viene per lavorare”, certo, ma a questo nel 2011 non consegue affatto “per essere pagati”. La sfida parte da qui: ridare alla cultura valore anche di mercato, ma di un altro mercato: che tenga conto della ricerca e non dell’apparenza, che sappia premiare il popolo di migliaia e migliaia di persone che ogni giorno malgrado tutto resiste e si impegna e combatte per non morire. Il collasso è prossimo. E prossima è pure la rinascita. Si tratta di fare una scelta. E questa volta non si può più sbagliare. E’ un avviso a un’intera classe politica. Pisapia ha detto, il giorno della sua elezione: “Non lasciatemi solo”. E’ il caso di prenderlo alla lettera.

Aldo Nove

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2 Responses to * Non lasciamo solo Giuliano Pisapia * di Aldo Nove

  1. che meraviglioso e delicatissimo blog!Mi piace ,Tornerò a trovarti!
    Ciao

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