Family UN*friendly con lieto fine

La settimana scorsa si è tenuta a Bologna una fiera d’arte alla cui inaugurazione sono stata invitata a partecipare. Tra i vari inviti che mi sono arrivati anche quello della visita ad un’importante collezione privata di arte contemporanea di Reggio Emilia a cui seguiva una cena con un gruppo esclusivo di collezionisti, curatori ed artisti. L’organizzazione era a cura del VIP management della Fiera stessa a cui bisognava dare il consueto RSVP. Ho chiamato per confermare la mia partecipazione e mi ha risposto al telefono una signora molto gentile a cui ho subito reso nota la mia necessità di sapere se la cena fosse in piedi o seduti per capire come gestire al meglio il piccolo Pietro durante la serata. La signora non sapeva darmi risposta e dicendomi “La capisco, sono mamma anch’io” mi suggerisce di scrivere direttamente alla responsabile. Così faccio. Nel riconfermare la mia partecipazione alla cena chiedo gentilmente quali siano le condizioni generali della serata perché vengo da Milano accompagnata da mio marito e mio figlio.La mia richiesta é più che altro per sincerarmi del fatto se ci siano da firmare i consueti fogli di scarico di responsabilità che solitamente mi fanno firmare quando entro in un luogo come una fiera con il bambino piccolo. Forse effettivamente per un eccesso di zelo, come dice Francesco, mi sono cacciata in una situazione da cui è stato poi difficile uscire senza avere un’aspra discussione con la responsabile in questione. Infatti la risposta alla mia domanda è stata questa:

“Gentilissima, purtroppo la cena è placé, quindi molto difficile gestire un bambino piccolo. Saluti. VIP Desk.”

Senza neanche firmarsi personalmente la responsabile del vip management mi risponde con quel tipico atteggiamento fintamente educato, evitando di rispondere direttamente alla mia domanda, bensì permettendosi di dare un giudizio di valore sulla gestione del bambino.

Chiedendo se potessi portare mio figlio mi riferivo più che altro all’esistenza o meno di un regolamento che vietasse l’ingresso dei bambini alla Collezione per ragioni di tipo assicurativo. La natura della mia domanda era questa, non volevo arrivare lì da Milano alle 8 di sera etrovarmi davanti al fatto di non poter entrare. Non mi aspettavo certamente una risposta sulla facilità o difficoltà di gestire un bambino piccolo, che è di esclusiva competenza mia.

Infuriata dalla risposta che ho appena ricevuto alzo la cornetta e chiamo la persona in questione che, nonostante abbia risposto alla mia email meno di otto ore prima, fa finta di non ricordarsi della cosa e mi liquida cercando di chiudere la telefonata. Ne segue purtroppo una discussione dai toni molto vivaci in cui faccio presente che sto partendo da Milano per Reggio Emilia e che mi aspetto di essere accolta visto che sono stata invitata da loro e visto che nulla osta al fatto che io possa portare con me mio figlio negli edifici dove è conservata la collezione. Dal tono della voce capisco che la responsabile è giovane e rampante, e immagino che non abbia figli, ma capisco anche che è una persona maleducata, per nulla professionale e con un radicato pregiudizio verso la presenza di un bambino ad una cena tra adulti. E certo, è normale no?, i bambini sono un impiccio, un disturbo, sono d’intralcio, i bambini piangono, sono difficili da gestire, i bambini danno fastidio. Ma perché nessuno pensa mai che i bambini è normale e giusto che seguano i genitori, che stiano con i genitori anche in situazioni dove ci sono gli adulti, e che -se coinvolti nelle situazioni e resi partecipi di ciò che accade- sanno comportarsi?

Arrivati a destinazione ci dirigiamo verso l’ingresso dove veniamo accolti dalle receptionist con grandi sorrisi e complimenti rivolti ovviamente a Pietro… ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che probabilmente nessuno dell’organizzazione sa nulla di quello che è successo tra noi e la responsabile vip e che probabilmente tutta la questione è stata proprio frutto di un suo personale pregiudizio. Questo perché appena entriamo la prima opera che è installata è il trittico di un’opera video dove scorrono immagini di tre madri che in tre contesti domestici differenti accudiscono il proprio neonato allattandolo, tenendolo in braccio e ninnandolo. Io e Francesco ci guardiamo in faccia e io dico “Sarebbe paradossale se un posto così non accettasse la presenza di bambini piccoli!”. Facciamo la nostra visita alla collezione e poi ci dirigiamo verso la sala per la cena e, visto che Pietro ha fame ed è molto eccitato dalla visita, mi siedo davanti al video e con molta rilassatezza e indifferenza inizio ad allattarlo per calmarlo e arginare la sua fame.Dopo qualche minuto iniziano ad arrivare gli altri invitati che uno ad uno sfilano davanti a me per dirigersi a tavola e tutti mi sorridono. Certo sembra una performance: io che allatto mio figlio davanti ad un video di donne che allattano i loro figli. Mi si avvicina la responsabile della collezione che con gentilezza mi chiede se ho bisogno di qualcosa per il mio bambino. Capisco allora che mio figlio è benvenuto in questo posto, e che probabilmente tutta la questione è proprio frutto di un indigesto pregiudizio della responsabile del vip management della Fiera. La serata si svolge molto serenamente, Pietro è tranquillo, sta in braccio a me, smangiucchia qualcosa, poi si addormenta mentre chiacchiero con i miei commensali. Lo adagio sul passeggino e proseguo la deliziosa cena vegetariana che mi è stata preparata!

La cena volge al termine e nel salutare gli altri invitati vengo avvicinata dal proprietario della collezione che sorride dolcemente guardando Pietro addormentato e mi dice che è contento di aver visto una scena così bella, e che l’indomani avrebbe sicuramente parlato con l’artista della nostra presenza. Il giorno dopo invece io non mi faccio mancare lo sfizio di guardare in faccia la persona con cui ho avuto la discussione, quindi mi dirigo al vip desk con Pietro in braccio e, mentre Francesco sta dando il suo bigliettino da visita al vero responsabile nonché suo capo che era al nostro tavolo la sera precedente, lei si rivolge a me con sguardo distratto e mi chiede “Ha bisogno?” io la guardo negli occhi e dico “No” mi giro e me ne vado, non senza voltarmi ancora una volta a guardarla e accorgermi che le sono venute delle chiazze rosse in viso.

Margaret Salmon “Ninna Nanna” 2006, 16 mm black & white and color transferred to DVD, sound. 8 mins. Courtesy the artist

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5 Responses to Family UN*friendly con lieto fine

  1. Anonymous says:

    >la tua tranquillità ha permesso a Pietro di sentirsi adatto a quel tipo di situazione e rimanere tranquillo e pacifico come solo i bimbi sanno fare… clap clap clapse solo ci fossero mazzi di mamme glores… sarebbe tutto più facile!!! ceci

  2. Glores says:

    >Grazie Ceci… diciamo che se ci fossero anche tante mamme Ceci tutto sarebbe più bello! E' vero, noi eravamo tranquilli, Pietro è abituato a visitare musei, gallerie e collezioni d'arte e si diverte sempre (e soprattutto di solito si addormenta anche…!) La cosa più ridicola è il pregiudizio: i bambini VIVONO tra gli adulti, i genitori sono degli adulti, e di solito noi a casa ceniamo "placè", quindi non c'era nulla di insolito in questo. Mi avrebbe preoccupato invece una cena "in piedi" perché mi sarei stancata di più!

  3. cristina says:

    ciao Glores… che bello leggere i tuoi post… io conosco la mamma-attrice che ha recitato in Ninna nanna…che cincidenze.. !!!

  4. francesca grilli says:

    Molto bello quel lavoro! FG

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